Una lunga estate “Rosè”

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Che fosse l’anno dei rosati si era intuito da tempo, basta dare un’occhiata ai tanti post che circolano sui vari social e che hanno dipinto di rosa pagine intere. L’estate particolarmente calda ha certamente contributo a fare spazio a questa tipologia il cui colore invitante e la temperatura di servizio intorno ai 10/12 gradi, promette un genere rinfrescante e pieno di sapore.

Il rosè è in realtà molto versatile, di facile abbinamento alle pietanze tipicamente estive. Un trend che trova sempre più spazio tra i vini bianchi arrivando a riempire interi scaffali con le molteplici sfumature rosa.

Tipologia molto diffusa anche all’estero a partire dalla vicina Francia, in particolare quella del sud. I rosé italici naturali o non convenzionali sono diversi per vitigni e peculiarità. Oggi sono moltissime le aziende che hanno nella loro gamma produttiva almeno un rosato. Incredibilmente l’Italia risulta essere uno dei maggiori esportatori di questa tipologia, mentre i primi consumatori restano per adesso i vicini francesi.

Produrre un buon rosè non è però cosa banale, ma chi riesce nell’impresa ottiene prodotti che meritano rispetto e considerazione.

Occorre scegliere il vitigno giusto prima cosa, in base a caratteristiche di acidità, aromaticità e capacità colorante. Il territorio, deve avere sufficiente escursione termica e ventilazione per ottimizzare la maturazione delle uve, le quali devono essere sane e nel miglior stato possibile.

Anche scegliere il momento giusto della raccolta non è mai banale, con pochi giorni di anticipo si rischia di ottenere un vino squilibrato e pochi giorni di ritardo per avere un vino eccessivamente alcolico o scarso di freschezza. Massima cautela anche in cantina per ottenere il giusto gradiente di colore desiderato. Infine occorre stare attenti alla conservazione del suo colore estremamente fragile ed esposto a fenomeni di ossidazione. D’estate però accanto a prosciutto e melone, oppure piatti di pesce o carni non troppo elaborate, il rosato è il giusto rito per esorcizzare il caldo di un’estate ancora lunga.
 Tasting Notes di alcuni dei migliori assaggi.


Whispering Angel 2016 – CAVE D’ESCLANS AOC Provence 

Zona del Bandol la più famosa e vocata per la produzione di rosè  Château D’ESCLANS si trova a La Motte, nella regione francese del Var. -72% Grenache, 13% Rolle, 7% Syrah, 4% Cinsault, 4% Tibouren

Tipicamente provenzale nelle sue sfaccettature, questo rosè ha in suo punto cardine nell’estrema raffinatezza di profumi ed aromi. Colore rosa salmone molto tenue e luminoso. I tratti erbacei e floreali sono completato da piccoli frutti rossi appena accennati che sia nei profumi che nel gusto arricchiscono un sorso leggiadro dotato di una grande freschezza, la lunga persistenza è seguita da un finale pulito e asciutto. Finissimo.

 


Illario 2016 fattoria di Magliano Sangiovese 100% della Maremma Toscana 

Territorio assolato e selvaggio che risente dei vicini venti marini, da dove si ottengono vini concentrati e maturi. Illario è un bel rosa intenso e vivace, perfetto connubio tra la maturità dei frutti rossi e la freschezza delle erbe aromatiche. Entrata di avvolgente morbidezza, sferzata da freschezza e sapidità, il sorso fà salivare a lungo richiamando il sorso. Chiusura sapida e piacevolmente fruttata. Dissetante

 


“Petali” 2016 az agricola Cantalici  Sangiovese 100% 

Igt biologico e vegano, ovvero che prevede un uso di coadiuvanti di sola origine vegetale e minerale per tutto il ciclo produttivo. Esigua la produzione di solo 15.000  bottiglie.

Rosato di ottima beva in cui i frutti rossi sono piccoli e croccanti con accenni ferrosi ed ematici, intenso il floreale di viole e rosa. Palato inizialmente disteso e rilassato, mostra un lato più selvaggio carnoso e sapido. Persistente e sostenuto da parte acida rinfrescante.

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Sangiovese in purezza anche per il Rosè 2016  di Riecine 

Cuore della Toscana nel Chianti Classico. Il rosato di Riecine ha una colorazione molto tenue che rammenta tratti più nordici. I profumi invece sono strettamente legati al territorio, erbe aromatiche in cui si insinuano tratti agrumati e floreali di violetta tipici del Sangiovese di quelle zone. Il palato aereo ed intenso è teso da una vena fresco/sapida che risulta appagante e completa, chiusura impeccabile e lunga, eleganza da vendere. Pregevole.


Campo alle Comete 2016 Rosato Bolgheri Doc 

Nasce da un tipico taglio di vitigni Bordolesi in pieno stile  Bolgheri.  Il primo vino interamente prodotto e vinificato dalla nuova gestione, esegue una pressatura soffice con l’aggiunta di una piccola percentuale ottenuta con metodo del salasso.

Ciliegie fragole frutti rossi succosi, contornati da erbe aromatiche, resina di pino fiori viola. Rosato dotato di bella struttura in grado di sorreggere anche piatti elaborati. Intenso, si allarga con un incedere morbidamente avvolgente per poi bilanciarsi con la parte data dalla freschezza e dalla sapidità marina, tipica del territorio. Trasognato.


infine…per chi ama la sensazione carezzevole delle bollicine.

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Champagne  Révélation. 100% Pinot Noir. Rosé de Saignée. Dosaggio 7 gr/l.

Un rosè quasi solo di nome che rasenta un rosso scarico brillante e vivace. Il perlage è composto da numerose bollicine sottili, cremoso al palato, accarezza senza graffiare. Il quadro olfattivo è guidato dall’intensità del Pinot Noir in cui frutti rossi e sottobosco sono ben marcati, croccanti e arricchiti dalle sensazioni gessose, a cui si sommano le note fragranti date dall’affinamento in bottiglia. Complessità anche al palato intessuta in una spinta propulsiva data da una notevole freschezza stemperata da una morbida elegante nota fruttata, lungo e coerente il finale. Eccellente

 

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La sostanza  che conta “Selosse Substance”

Quando si degusta Substance di Selosse per la prima volta, finisce per imprimersi nella memoria, conturbante e volumico con quel bagaglio di materia e gusto che incatenano il palato in un progredire incessante e mutevole.

 100% Chardonnay e mai meno di 6 anni sui lieviti,  prodotto per la prima volta nel 1986 ad Avize comune Grand Cru della Côte des Blancs, dove lo Chardonnay matura e si esprime ai massimi livelli grazie al microclima ed a un ricco sottosuolo composto da “craie”, un misto  di argilla e fossili marini. La fermentazione avviene in barrique nuove di rovere, da 228 litri, qui vi sosta per almeno 12 mesi a cui seguono lunghi batonnage ed un imbottigliamento con metodo Solera poco in linea con la rigorosa tradizione del posto.

Una conduzione dei vigneti basata sul non interventismo, niente lieviti selezionati durante la fermentazione, utilizzo del solo fruttosio d’uva per il dosage,  E poiché, come dice Anselme, “grande Champagne non ha bisogno di make-up, il dosaggio viene mantenuto ad un minimo assoluto.” Vini con quella vena  ossidativa che spesso mette in difficoltà chi si approccia per la prima volta a queste tipologie. La storia di Selosse inizia nel 1974 quando Jacques Selosse invece di vendere le uve alle grandi ed affermate Mason decide di vinificare da solo le proprie uve  all’epoca Substance si chiamava Origine.

Anselme, il figlio di Jaques compie i suoi studi di enologia in Borgogna a Beaune, imparando da grandi come Coche, Lafon e Leflaive. Anselme Selosse prende le redini della maison del padre Jacques nel 1980. Introduce rese basse con un rendimento inferiore ai 2/3 della resa media  e spinge la produzione verso una metodologia che mira più verso la biodinamica, eliminando ogni tipo di intervento considerato evitabile. L’azienda possiede circa 7 ettari, la maggior parte dei quali di Chardonnay Grand Cru nei comuni di Avize, Cramant e Oger, una vigna di Pinot Noir Grand Cru ad Aÿ ed una ad Ambonnay. La produzione globale annuale si aggira intorno alle 45.000 bottiglie.

La cosa che colpisce appena versato è l’estrema brillantezza data da una profusione incessante di bollicine e dal colore meravigliosamente dorato. Naso dove una sottile nota ossidata riesce ad intensificare un corredo sontuoso e bipolare, dove sfumature  ricche e dolci si alternano a altre fresche, che aumentano di intensità e numero con l’ossigenazione. Albicocche, mandarino candito, miele di tiglio si fondono con note contrastanti e fresche bergamotto glicine pompelmo variando ad ogni olfazione con noci tostate, cardamomo, zenzero passion fruit,  fumo, iodio, il tutto integrato con finiture di estrema classe. Sorprendente  cattura tutti i sensi. Perlage finissimo e cremoso. Ogni componente, scandisce una progressione serrata e cangiante che si tratti di mineralità, oppure miele o ancora agrume sembra passare attraverso un numero infinito di iterazioni per una complessità in continua evoluzione. 

“Montellori” una bioalchimia in cerca di eccellenza

Montellori  era nota fin dal 1200 per essere una azienda agricola coltivata con vigne ed olivi, sviluppatasi in seguito come cantina nel 1700 in un angolo di Toscana dedito alla coltivazione del Sangiovese. Il vero cambiamento però si ebbe con la guida di Giuseppe Nieri  che espanse i vigneti fino ad arrivare a  50 ettari. Il figlio e proprietario attuale di Montellori, Alessandro Nieri, cura personalmente l’azienda facendo sia la parte agronomica che enologica, con un tipo di conduzione che lui stesso definisce” Bioalchemica“.

Il vino la trasformazione di un frutto l’uva  naturalmente presente in natura, che per opera dell’uomo  si converte in qualcosa di straordinario.  In questa visione attenta a tutto ciò che circonda i vari componenti che partono dalla vite ed il suo ambiente fino alla vinificazione, il vino è come un’alchimia, il prodotto dei più svariati accorgimenti personalizzati per ogni singolo evento, che lo porta ad avere  un carattere unico per l’annata e per il territorio.  La Bioalchemia consiste infatti nel prediligere  le forze naturali stimolandone la naturale potenzialità senza però arrivare agli estremi del biodinamico. Questo processo si sviluppa  attraverso una serie di accorgimenti mirati ed adeguati al tipo di territorio e delle sue stagionalità ottimizzandone le risorse. Quindi utilizzo di nutrimento organico  con sovesci densi di elementi naturali e diversificati che reintegrando con ciò che è già presente in natura l’equilibrio dei terreni, ottimizzandone  le risorse e lo sfruttamento delle già presenti potenzialità; in base all’osservazione degli eventi naturali e l’alternarsi ciclico delle stagioni, si cerca di adeguare di volta in volta degli accorgimenti mirati che permettano  il raggiungimento di uno standard qualitativo alto che si distingua per le sue peculiarità. Una ricerca mirata per ogni singolo vino e vigneto vivendo in prima linea la realtà del territorio, una personalizzazione oculata e adeguata all’interno di tutto il  processo produttivo che diventa determinante per l’ottenimento del miglior risultato. I

Il tratto distintivo di tutti i vini di Montellori è l’eleganza e la bevibilità, il cui fulcro centrale e ricco di personalità è la creazione  di un grande Metodo Classico Toscano.

La storia di questo spumante inizia con Giuseppe Nieri;  da sempre appassionato di spumanti  e grandi vini bianchi esegue  i primi tentativi di completare il suo sogno di realizzare un buon prodotto spumantizzato utilizzando le uve da una  vigna di Chardonnay sulle colline di Cerreto Guidi. Inizialmente però i  vini ottenuti  non soddisfacevano la creazione dei vini base a causa di una insufficiente  acidità. Caparbiamente si mette  alla ricerca di un posto che abbia le caratteristiche intrinseche determinanti per la creazione di un vigneto adatto alla produzione di un buon metodo classico. Così convincendo un amico che possiede  un ultraleggero sorvola  le colline di Montalbano  ed individua una zona che per caratteristiche di esposizione e territorio risponde ai requisiti ricercati. La collina è un deposito di arenaria, denso di sassi. Lo scasso per ricavare il vigneto tutto a Chardonnay è ritratto in una impressionante foto d’epoca da dove si capisce con quale tenacia si sia ottenuto un vigneto unico nel suo genere in Toscana.

Arrivare al vigneto di Montalbano  è in effetti un’impresa ardua, la strada si inerpica per i fianchi collinari, i tornanti girano stretti in forte pendenza. Sull’ultimo tratto si arriva soltanto con un fuoristrada che sobbalza tra i canali formati dalle acque piovane e sassi che affiorano dal terreno. La vista che si offre una volta arrivati è mozzafiato, lo sguardo spazia dalla vicina catena Appenninica allargandosi nella pianura, dove si scorge in lontananza la suggestiva vista di Firenze con la celebre Cupola del Brunelleschi. Un paesaggio sospeso nel tempo e nello spazio che  solo girandosi intorno è ammantato di quell’aurea magica ed un po’ mistica che è servita per la realizzazione di una simile impresa.

L’intero vigneto situato a 500 m  s.l.m  sul crinale della collina, gli impianti  sono tutti a Pergola Trentina e formano  tunnel con scorci paesaggistici suggestivi e alieni dando l’impressione di trovarsi su qualche dorsale Alpina. Il clima è ventilato e fresco con grandi escursioni termiche tra giorno e notte, la vigna  è completamente circondata da tratti boschivi che isolano il vigneto e riparano dai venti più forti.  La biodiversità dei terreni è composta da un nutrito numero di piante e fiori che crescono spontaneamente tra i filari. Il terreno è molto sciolto e con grande permeabilità, sabbioso, ricco di sostanze minerali.  Gli impianti vitati vennero fatti  con cloni di Chardonnay usati nello Champagne. Tra un filare e l’altro si intravedono grandi sassi che di tanto in tanto affiorano ricordandoci la vera natura del terreno. Friabile in superficie e soffice a calpestarlo,  appena un metro sotto il suolo ritrova  la sua vera natura sassosa e pietrosa in cui si approfondano le radici dello Chardonnay, che ormai hanno raggiunto un’eta di 30\40 anni. Le rese ovviamente sono basse e variabili da una stagione all’altra, la produzione  varia da 5000 a 13000 per le annate più favorevoli.

Tasting Notes

Tutte le bottiglie  di Metodo Classico sono a base di Chardonnay 100%  e prodotte  Pas  Dosè, tipologia che amo particolarmente per la sua schiettezza gustativa. Senza  aggiunta di liquore d’expedition  il vino è il prodotto di ciò che la vigna ha dato nella sua totalità e purezza. Le bottiglie sono tutte  millesimate con scritta l’annata di produzione, rimane sui lieviti per 36/40 mesi.

Pas Dosè 2012 .

Ultimo uscito sul mercato si mostra con un colore dorato e brillante, perlage fine e diffuso. L’immediatezza olfattiva, mostra un esuberante agrume maturo, croccante di freschezza  con scia di crosta di pane che permea l’olfatto insieme a sentori pietrosi, gessosi. Un olfatto netto e pulito riporta alla memoria latitudini ben più nordiche. Al palato carismatico ricco di dinamismo, nervoso per acidità e sapidità. La componente morbida  è data da un agrumato succoso ritorno al frutto maturo.

Pas Dosè 2007

Oro antico brillante e lucente. Al profumo  si lascia avvolgere da note di miele, pan brioche e frutta secca e  candita, condita da espressioni marine. Il gusto è accarezzato da un perlage cremoso sottilissimo, il cui vellutato passaggio esalta la morbidezza delle note evolutive. Energico e sorretto da una parte fresca e incalzante,  il gusto si lascia integrare dalla sapida mineralità. Un sottile gioco di equilibri che trascina un’innata eleganza priva di fronzoli che termina con un finale lungo e intrigante di arachide tostata.

Salamartano 2011  Cabernet- Merlot

Nato nei fatidici anni 90 in cui la forza trainante dei vitigni internazionali hanno permesso di ottenere grandi vini a taglio “bordolese”. Il Salamartano ne è un esempio forse meno conosciuto ma non certamente di minor pregio, la cui unica pecca è quella di essere nato in un contesto meno noto rispetto a zone più blasonate.

Il 2011 appare con un luminoso rubino compatto e profondo che indica la sua esuberante gioventù . Il naso esplode in una profusione di fiori viola, richiami erbacei  e frutto nero e rosso ben maturo ma che conserva nitida la sua croccantezza. Le erbe aromatiche sono di sottofondo e rivestono un bouquet espressivo ed energico. Al palato l’ingresso deciso e ben  calibrato, tuttavia inaspettatamente leggiadro quasi aereo,  i cui tannini  cesellano un sorso scorrevole ed elegante, risoluto nella freschezza pervade lungamente il palato.

http://www.fattoriamontellori.it/ 

Inconsueti ed inattesi bianchi.

Come da consuetudine ormai diffusa e ben radicata per il periodo estivo il consumo del vino si sposta verso quelle varietà che ben si addicono ad una cucina più leggera spesso composta da pietanze a base di pesce o verdure. Per gli amanti di un calice di qualità non resta che spaziare tra le molte tipologie a disposizione con un particolare trionfo dei bianchi freschi  che si bevono a temperatura bassa, come aperitivo ma anche durante il pasto. La scelta è ampia, dalle bollicine, che nella piacevolezza data dal Perlage trovano quella sensazione di freschezza e refrigerio, ai bianchi fermi con sentori fruttati e vegetali, oppure  aromatici e morbidi.

Senza però voler cadere nei soliti noti, la caccia verso vini poco usuali stuzzica la voglia di assaggio portando verso la ricerca di prodotti diversi tra loro e spesso di grande charme gustativo.

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Il primo vino in questione viene da  Chablis e si intreccia con quella del suo proprietario ed enologo  Thomas Pico nelle spettacolari colline dello Chablis con  2,8 ettari di vigne in un luogo chiamato “Paws-Loup.” Qui lo Chardonnay trova gli elementi per dar vita a vini puri  di estrazione, riccamente territoriali.IMG_8253

Domaine Pattes Loup è una delle tenute più emozionanti tra i produttori emergenti di Chablis negli ultimi anni (Pattes Loup significa “zampa del lupo”). Thomas Pico ha iniziato a produrre nella piccola proprietà di Courgis nel 2005 alle porte di Chablis.  Ereditando l’azienda dalla famiglia e deciso a fare un salto di qualitativo, ha iniziato subito un programma serrato con rese rigorose e una conversione in  biologico, iniziando subito una vinificazione  meno convenzionale rispetto agli standard di allora a Chablis. La maggior parte dei suoi vigneti si trovano nelle colline vicino a Courgis  con vigneti fino a 300 metri le uve vengono raccolte manualmente e le fermentazioni sono tutte effettuate con lieviti indigeni, con sosta sui lieviti per 14-16 mesi senza nessun processo di chiarifica o  filtrazione.

Chablis 1er Cru  Beauregard- 2013

 il più meridionale dei primi vini della zona. Vino che  rispecchia in pieno l’anima e lo stile del territorio che si ritrova nella loro mineralità salmastrosa nella bella struttura e nella grinta dai tratti verticali e taglienti che ad ogni sorso stupiscono per intensità e sapore.Trasparente e brillante, ad ogni sorso ammalia con una propulsione gustativa incredibilmente dinamica, i suoi tratti sono guizzanti e ricchi, scorre in un vortice di agrumi e richiami marini lasciando il palato estremamente pulito e teso.

 

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Il secondo vino proviene dall’Irpinia con uno spettacolare Fiano di Avellino, concepito da Sabino Loffredo. Pochissime le bottiglie prodotte e soltanto nelle migliori annate, quando le condizioni climatiche sono perfette, un gioiello da tenere in serbo per gli anni a venire, un grande bianco da evoluzione il cui affinamento in bottiglia regalerà grandi emozioni.
“Cupo”-Pietracupa -2013
Vino che complessità, intensità ed eleganza può sicuramente giocare a fare il primo della classe, floreale, agrumato e denso di erbe aromatiche, infinitamente elegante seppure giovanissimo ha classe da vendere e si avverte fin dal primo sorso scattante e sinuoso per la componente glicerica, la tensione acida, e grande sapidità  strutturato con il sapore che si tende  all’ infinito nella persistenza.
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Il terzo vino proviene da una delle cantine storiche della valle di Napa Valley  fondata da immigrati tedeschi i fratelli Jacob e Frederick Beringer nel 1870, ed è giustamente ritenuta un’icona del vino americano. Oggi produce una vasta gamma di vini e vitigni che vanno dai base ai Cru di un singolo vigneto con numerosi riconoscimenti sia a livello locale che internazionale e dispone di ampie cantine scavate nella roccia, nelle quali regna una temperatura costante di circa 14 gradi. La posizione, il microclima, il suolo unico fanno della Napa Valley una delle più grandi regioni vitivinicole del mondo. Il clima è quasi mediterraneo, con delle estati calde moderate dalla vicinanza dell’oceano . Il suolo è poco fertile, costituito soprattutto da argilla e rocce che permette le produzione di uve dal gusto molto concentrato.Le uve provengono essenzialmente dai vigneti Gamble Ranch e Bale Lane Beringer. Ogni raccolto di Sauvignon è vinificato  separatamente per tutto il processo di vinificazione, ed unito solo alla fine per creare un vino più armonico possibile. Il mosto esegue una fermentazione a temperatura controllata, ed una  parte viene affinato in botti di rovere francese stagionato.

Beringer- Sauvignon Blanc- 2011

Colore giallo luminoso con riflessi dorati, si percepisce il passaggio in legno che comunque all’olfatto non disturba ed è ben amalgamato nel bouquet che ne risulta  arricchito e non sovrastato. Le prime note infatti seguono la tipicità del vitigno con un erbaceo di foglia di pomodoro scaldata al sole a cui segue il frutto maturo e giallo che ci si aspetta da un Sauvignon che viene da Napa, seguono aromi fruttati di melone maturo, ananas, papaia. In bocca risulta di buon equilibrio, fresco e dissetante, avvolgente e saporito, un gusto ricco glicerico che pervade il palato con ritorni fruttati di agrumi e cardamomo.

“Il Calamaio” tra originalità e tradizione

IMG_7036Il calamaio che in epoca più remota  serviva  per contenere l’inchiostro per intingere le penne per la scrittura è invece il nome di una azienda vinicola che ha sostituito egregiamente l’inchiostro con il vino. Il piccolo borgo  posto poco lontano dalla città di Lucca è separato solo da poche basse colline dalla costa. L’azienda  è guidata con passione da Samuele Bianchi il quale nel 2003 compra  i terreni in stato di completo abbandono, e con coraggio e determinazione decide di recuperare le vecchie viti che a tratti spuntano da un territorio quasi ricoperto da sterpaglie e intrighi di rovi.

IMG_7037I vecchi vitigni erano disposti in maniera assolutamente casuale in mezzo alle coltivazioni rurali di mais e granturco. Le viti vecchie anche di 40\50 anni, vengono pazientemente riportate in uno stato produttivo e tutto il terreno è adeguatamente lavorato per far spazio anche a nuovi impianti vitati. Le pareti della collina in alcuni casi sono state  terrazzate, per permettere allo stesso tempo un adeguato apporto idrico e drenaggio ed un facilitato passaggio per la cura del vigneto, altrimenti caratterizzato da pareti scoscese e ripide.  Nonostante tutto in alcuni punti la densità di impianto varia da 3000 a 4000 ceppi per ettaro con rese bassissime rese ancora più esigue dalle incursioni di una fauna selvatica molto variegata ed affamata dei chicchi di uva maturi. Per questo motivo tutti i vigneti sono recintati da una rete metallica.

Oltre alle viti recuperate il Calamaio vanta una varietà di vitigni anche a carattere internazionale. Biologico certificato dal Marzo 2016 produce tre rossi il Poiana schietto e bel sangiovese in purezza. L’Antenato prodotto con un mix dei  vari vitigni autoctoni recuperati ovvero  barsaglina, mazzese, buonamico  e  colorino, prodotto di punta dell’azienda, è un vino che colpisce per i tratti peculiari dati un blend originale e strettamente legato al territorio. Pochissime bottiglie  prodotte solo in Magnum di Merlot in purezza, ed un particolarissimo bianco che per colore e profumi si discosta dal genere di bianco più tradizionale; frutto di un blend di Chardonnay e Petit Manseng più altri vitigni, Il Soffio è  un vino strutturato che possiede un’anima non conforme con quella originalità voluta e ricercata da Samuele per i suoi vini.

Tasting notes

Soffio 2015  13,5 °

Chardonnay 60% Petit Manseng e altri vitigni.

Spillato dalla botte per l’occasione. lL nome è scaturito dai  venti marini che arrivano dal mare attraverso le aperture collinari. Di un intenso e luminoso dorato, l’olfatto è caratterizzato da un insieme di erbe aromatiche dai cui tratti emergono il rosmarino e la menta seguiti da un floreale di gelsomino, e note di frutto giallo, agrume maturo, ananas. Il palato morbido e glicerico, sollevato da una netta spalla sapida e fresca, e  bella struttura.

Poiana 2013  13°

Colore trasparente e rubino . Gia dal primo naso emerge con i tipici profumi del Sangiovese, note ferrose ematiche e piccoli frutti rossi croccanti; fresco e sapido al palato  ha tannini maturi e scorrevoli molto corrispondente con l’olfatto.

Antenato 2014  13,5°

Blend ricavato dai vitigni autoctoni con le  vecchie viti recuperate, di un bel rosso vivace dalla trama colorante intensa; al naso dimostra una netta scia olfattiva di erbe aromatiche e macchia mediterranea, seguita da succosi frutti rossi freschi che ricordano il melograno, minerale ferroso di china . Dinamo ed energico al palato è tuttavia ben bilanciato da morbidezza e tannino vellutato. Elegante e succoso il finale chiude pulito e persistente.

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http://www.ilcalamaiovini.it

Involuzioni Naturali

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Una spinosissima questione negli ultimi tempi quella dei vini a produzione biologica e naturale che infiamma i social ed internet con interminabili discussioni di intere schiere di enoappassionati ed addetti al settore. Moda, manovre di marketing o nuovo modo di concepire la produzione nel rispetto dell’ambiente, il punto principale è che comunque il vino prodotto deve prima di tutto essere “buono”  insomma non presentare difetti.

Spendere per bere vini difettati, anche se con la speranza di migliorare l’ambiente, può risultare inopportuno, ed in molti casi controproducente per tutti, se non per una piccola minoranza disposta a chiudere un occhio ed anche il naso di fronte a vini sì “naturali” ma che di fatto presentano una serie di caratteristiche volatili  e gustative discutibili. Il fatto che la produzione segua determinati standard produttivi o filosofici non deve pertanto essere la  scusa per vendere vini imperfetti dal punto di vista organolettico.images

Vini naturali, biologici, biodinamici, un modo nuovo di proporre al consumatore sempre più attento all’ambiente ed alla qualità legata agli alimenti una categoria di vini che vanta per definizione l’assenza di nessuna sostanza addizionata al mosto. Un mondo vasto in cui è facile perdersi non essendoci alcuna normativa a regolamentarne le produzioni, che vanno in direzione del rispetto ambientale e  dell’eliminazione di sostanze chimiche nelle produzioni , una tendenza che ha portato allo sviluppo di tre metodologie principali :

biologici – biodinamici -naturali : l’obiettivo quello di produrre vini più salutari.  Le differenze tra questi semplificando sono nei modi di produzione e nelle tecniche di cantina .

Biologici. Le coltivazioni biologiche devono rispettare determinate regole,  che vietano i prodotti chimici di sintesi, questo tuttavia non impedisce  al produttore durante i processi di vinificazione  uso di lieviti selezionati in laboratorio, additivi chimici, e ovviamente la solforosa .Il rischio è quello di essere convinti che un vino biologico sia prodotto in modo naturale ma di fatto potrebbe anche non esserlo in quanto caratterizzato dalla riduzione della chimica utilizzata per la sua produzione, ma non completamente esente. Il vino biologico inoltre deve tendere ad abbattere le risorse idriche utilizzate e all’adozione di tecniche naturali di cultura e prevenzione della malattie della vite.

L’agricoltura biologica è comunque un sistema di produzione che cerca di offrire al consumatore prodottti, ad impatto ambientale ridotto rispetto al convenzionale, quindi senza residui di fitofarmaci o concimi chimici di sintesi, ma anche attento a non creare nell’ambiente un danno derivato dal livello di inquinamento di acque, terreni e aria.

 

Biodinamici: per questo il discorso cambia completamente,  si basa sull’idea di mantenere in equilibrio in modo naturale il terreno con tutti i suoi organismi per ottenere  viti sane con uva di alta qualità. Nella biodinamica che si rifà ad alle filosofie dell’Austriaco Rudolf Steiner, è fondamentale la cura delle risorse naturali e favorendo i processi vitali.  Oltre al rispetto della natura, la produzione deve tener conto delle fasi lunari di forze terrene e cosmiche e di particolari tecniche di produzione, come l’utilizzo dei cavalli al posto dei macchinari e le concimazioni e trattamenti antiparassitari solo con uso di decotti e infusi completamente naturali i cosiddetti “preparati”. Il processo  viene seguito anche in cantina senza  ricorrere ad interventi fisici o chimici, il mosto fermenta sui lieviti autoctoni.Il termine “biodinamico” però deve essere ancora regolamentato dall’unione europea.

 

D’altra parte ci sono anche aziende molto famose con nomi prestigiosi che hanno produzioni biodinamiche che quando sono ben fatte producono vini di qualità altissime .

Naturali: Ovvero prodotto con uve coltivate con metotodi tradizionali e con trattamenti ridotti al minimo, senza forzare le produzioni partendo da vitigni autoctoni; solo rame e zolfo sono ammessi per la cura del vigneto, utilizzazione esclusiva di lieviti indigeni presenti sull’uva ed in cantina, fermentazione senza controllo della temperatura esclusione di ogni azione chiarificante e della filtrazione che alteri l’equilibrio biologico e naturale dei vini.Tutte le azioni sono tese al mantenimento di un equilibrio che favorisca la fertilità del suolo, senza uso di sostanze di sintesi.

Quello che richiama l’attenzione e accomuna tutti è il fatto che tutte queste tipologie di vini che comunque tentano di dare una risposta per un ambiente più salubre, richiesto anche dai consumatori e come sempre dal trend del momento .

In questo tipo di produzioni sia naturale che biodinamico è abbastanza frequente trovare  vini non perfetti in quanto meno stabili e spesso diversi anche da una bottiglia all’altra. Certamente non è una regola fissa, c’è anche chi riesce ad ottenere prodotti ottimi. D’altra parte ci sono anche aziende molto famose per la qualità dei loro vini, che hanno si produzioni biodinamiche ma con un rapporto qualitativo altissimo.

Ricordiamoci infine che in Francia da circa duecento anni, con questi metodi  hanno fatto vini della portata di Romanée-Conti  senza per questo seguire disciplinari e normative con l’intento di autocelebrarsi con vacui fregi, a ribadire il concetto, che si può sicuramente produrre vini eccellenti anche con determinate metodiche rispettose dell’ambiente senza bisogno di attirare l’attenzione se non attraverso la qualità estrema del vino.